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“Restiamo nella Speranza”: Cerimonia di fine Semestre del Programma Congiunto tra Pontifical Biblical Institute e Università Ebraica di Gerusalemme

Notizie

Mercoledì 14 gennaio 2026, presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, si è svolta la cerimonia annuale che ha sancito la conclusione del semestre per gli studenti del Pontifical Biblical Institute. Gli studenti hanno partecipato al programma congiunto con l’Università Ebraica. Il prof. Guy Harpaz, vicepresidente per gli affari internazionali e rettore della Rothberg International School, e il rev. prof. Josef Mario Briffa, S.J., del Pontifical Biblical Institute, hanno tenuto un discorso ai partecipanti. Successivamente, sono stati consegnati i certificati e gli studenti hanno cantato un salmo in ebraico e la Salve Regina in latino. Gli studenti hanno anche condiviso alcune delle loro esperienze a Gerusalemme.

Di seguito, il discorso di P. Josef Briffa:

“Caro prof. Guy Harpaz, cari colleghi, cari studenti,     

è bello ritrovarci insieme per festeggiare la fine di un semestre proficuo. È ancora più bello che, per la prima volta dopo due anni, abbiamo potuto trascorrere un semestre di tregua, per quanto fragile. Sono certo che tutti noi, in particolare i miei colleghi israeliani, stiamo seguendo con un misto di speranza e preoccupazione gli eventi in Iran. Siamo tutti ben consapevoli della complessità della regione e dell’intricata rete di narrazioni e contro-narrazioni, anche in questa stessa terra.

Eppure, restiamo. E restiamo nella speranza. La scelta di essere qui, come Pontifical Biblical Institute, e ora anche come Pontificia Università Gregoriana, non è affatto casuale. E non abbiamo semplicemente scelto di restare durante due anni di guerra solo perché era abbastanza sicuro per noi e per i nostri studenti.

In un mondo che ci vende opposti, che prospera su narrazioni che mirano a dividere, che rifiuta di riconoscere la complessità di molte situazioni, e vuole semplificare tutto, e si chiede a ChatGPT perché non si ha la voglia di fare ricerche per conto proprio, noi scegliamo diversamente. Io, per quanto mi riguarda, sono grato di aver trovato l’Università Ebraica e tutti voi, colleghi e partner di conversazione che condividete la stessa visione.

Lo scorso aprile, l’Università Ebraica ha celebrato il centenario della sua fondazione. Come Pontifical Biblical Institute, organizziamo programmi congiunti dal 1974-1975, ovvero da poco più della metà della vita dell’Università Ebraica! Si tratta indubbiamente di uno spazio di arricchimento reciproco, in cui esplorare insieme il nostro patrimonio comune nello studio della Bibbia, sacra sia per la tradizione ebraica che per quella cristiana. Questo crea uno spazio concreto di dialogo tra noi, anche come cristiani ed ebrei, a sessant’anni dalla “Nostra Aetate”, che ha segnato un importante cambiamento per la Chiesa cattolica.

Ma la “Nostra Aetate” non è nata dal nulla. Uno dei suoi principali artefici, padre (poi cardinale) Augustinus Bea, era uno studioso della Bibbia e aveva ricoperto la carica di rettore del Pontificio Istituto Biblico di Roma. In un’epoca in cui il dialogo ebraico-cristiano non era un punto all’ordine del giorno e in un periodo in cui le Leggi Fascistissime in Italia escludevano sempre più gli ebrei dal mondo accademico, le riviste dell’Istituto “Biblica” e “Orientalia” rimasero uno luogo di pubblicazione per gli studiosi ebrei. Il lavoro di padre Bea per il dialogo non nasceva da un ambiente idealistico, ma era forgiato nella dura realtà dell’Europa degli anni ’30 e ’40, come tedesco che lavorava a Roma, a poche centinaia di metri dal palazzo del potere di Mussolini.

Ma è proprio per questo che noi – tutti noi – siamo qui. Perché il mondo accademico può e deve essere uno spazio di conversazione, di dialogo e di apprendimento per affrontare la complessità e sfidare le narrazioni che ci circondano e prosperano creando un “noi” e un “loro”, alimentando l’esclusione, e disumanizzando l’altro per giustificare violenze e abusi di vario genere.

Mai come ora abbiamo bisogno di essere qui. Il mondo accademico crea anche lo spazio per vedere l’altro. Per renderci conto che nessuno di noi ha il monopolio della verità, che i ricordi sono complessi (e possono essere facilmente distorti) e che è possibile costruire un futuro anche tra le macerie del presente. Anche quando non è facile vederlo, n una terra in cui vediamo intorno a noi – e forse anche in noi stessi – tanta paura, risentimento, persino odio.

Nel 2003, il cardinale Carlo Maria Martini, rettore del PBI che ha istituito il nostro programma, successivamente nominato cardinale arcivescovo di Milano, grande amante delle Scritture e devoto a Gerusalemme, lo ha espresso in modo molto toccante e succinto:

Certamente l’odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide.

Per superare l’idolo dell’odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell’altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l’odio quando essa è memoria soltanto di sé stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta.

Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l’inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace.»

(Carlo Maria Martini, «Ogni popolo guardi il dolore dell’altro e la pace sarà vicina», Corriere della Sera, 27 August 2003)

Ed è per questo che restiamo. Perché dobbiamo continuare a sperare con ostinazione che:

  • nelle società che vogliono dividerci in “noi” e “loro”, noi scegliamo di restare uniti;
  • in una terra che costruisce muri, noi troviamo il modo di costruire ponti;
  • quando gli algoritmi fomentano rabbia e odio, noi sfidiamo le narrazioni, anche quando ci costa caro;
  • in un mondo in cui tanti leader predicano la guerra, noi possiamo lavorare per la pace.

Sono profondamente grato a tutti voi qui presenti. Ringrazio il prof. Guy Harpaz, la prof.ssa Nili Wazana (Responsabile accademica dei programmi Bibbia e Vicino Oriente antico), Ronit Lavi (Direttrice della Divisione Studi Universitari – Rothberg International School), Naomi, Anna e a tutto lo staff della Rothberg School. Desidero ringraziare anche tutti i professori e gli istruttori per la dedizione dimostrata nell’insegnamento. Grazie al PBI e alla Gregoriana, qui e a Roma.

Infine, ma ovviamente prima di tutto per importanza, molte grazie a voi, studenti. Avete comunque scelto di essere qui, di cogliere questa opportunità, nonostante le difficoltà per ottenere i visti, nonostante molti vi abbiano sicuramente consigliato di non farlo.”

Il discorso si è concluso con una nota di speranza e di benedizione, con il salmo 67 (NRSV).