Passa al contenuto principale

Altare di Sant’Ignazio – Chiesa del Santissimo Nome di Gesù

Notizie

Il rettore della Chiesa del Gesù, p. Claudio Pera, S.J., ci guida alla scoperta dell’altare di Sant’Ignazio, capolavoro del gesuita Andrea Pozzo, svelando il significato profondo che l’autore ha voluto trasmettere attraverso un ricco programma iconografico. L’articolo illustra come leggere i simboli e i riferimenti agli Esercizi Spirituali che animano l’altare, una simbologia spesso poco conosciuta ma fondamentale per comprenderne pienamente la vocazione di Sant’Ignazio, la missione della Compagnia di Gesù e il percorso spirituale rappresentato. Questo approfondimento, arricchito dal recente restauro, restituisce nuova luce a un’opera che coniuga arte, fede e catechesi.

Altare di Sant’Ignazio

L’altare di S. Ignazio fu disegnato dal gesuita Fr. Andrea Pozzo (Trento, 1642-Vienna, 1709), ispirandosi nel programma iconografico ad alcuni punti fondamentali proposti dal Santo negli Esercizi Spirituali.

Così, in alto si vede la rappresentazione della Trinità, che decide di salvare il mondo; più in basso si possono

ammirare due angeli che sostengono lo scudo con il monogramma del Nome di Gesù, emblema della Compagnia (il monogramma del Nome è in campo azzurro, ad indicare la divinità). L’angelo di sinistra,

guardando l’altare, recava nella mano destra un fascio di fiamme in argento dorato (si possono ancora vedere nelle mani di un angelo nel gruppo marmoreo di sinistra, guardando l’altare, e nella mano destra della figura rappresentante la fede, nel  gruppo di destra), che richiamavano la volontà di infiammare il mondo intero mediante l’annuncio del Vangelo (se ne possono ancora vedere gli agganci in metallo; tale fascio di fiamme, certamente d’Argento, esisteva prima della spogliazione avvenuta alla fine del ‘700).

Nella grande pala che copre la nicchia con la statua di S. Ignazio, dipinta dallo stesso A. Pozzo, è rappresentato, in alto, il Cristo che consegna a S. Ignazio il vessillo del Re (rosso sangue, a indicare l’umanità di Cristo e il suo sacrificio sulla croce) recante il monogramma in oro del nome di Gesù, a indicare la missione affidata a lui e alla Compagnia di Gesù, cioè di fare discepoli del Signore tutti gli uomini. In basso a destra sono rappresentate quattro figure, simboleggianti i quattro continenti conosciuti all’epoca: in primo piano l’Europa e subito dietro, vestita di giallo, l’Africa, alle spalle altri due personaggi: l’Asia e l’America. Tutte le figure sono invitate da un Angelo a volgere lo sguardo verso il libro aperto, tenuto nelle mani da un altro angelo (il libro mostra, nella pagina di sinistra, il monogramma del Nome di Gesù e nella pagina di destra il versetto della Lettera ai Filippesi (5,10) che scandisce tutta la decorazione pittorica della Chiesa, in particolare la volta della navata: «In nomine Iesu omne genu flectatur».

II richiamo simbolico e chiaro: la missione della Compagnia di Gesù è portare il Vangelo a tutte le genti e i Compagni di Gesù, come gli apostoli, sono inviati (questo è il significato del nome “angelo”) senza oro, né argento, né alcun altro potere, ma con la sola forza della Parola di Dio.

Allargando lo sguardo si possono allora considerare i due grandi gruppi marmorei ai lati dell’altare, opera di J. P. Théodon, «La Fede che vince l’idolatria», a sinistra di chi guarda e di Pierre II Le Gros, «la Religione che flagella l’Eresia», a destra.

L’aspetto abituale dell’altare, secondo il progetto dell’Autore e anche in ossequio all’uso del tempo, prevedeva e prevede che la tela sia in vista e la statua del Santo venga scoperta soltanto in occasioni particolarmente importanti (l’originale della statua e andato perduto; di essa rimane solo la pianeta, mentre l’attuale figura del Santo e in gesso – alcune parti in legno – argentato). Mediante un sistema a bilanciere la tela viene fatta scorrere su delle guide poste ai lati e scompare, scendendo sotto il livello della nicchia. Quando la pala viene abbassata, come in un «teatro», la scena cambia; appare infatti la statua di S. Ignazio, vestito degli abiti sacerdotali, nell’atto di salire al cielo. In questo modo viene illustrato il compimento della promessa del Re eterno al suo servo fedele: «… chi vuole venire con me deve faticare con me, perché, seguendomi nella sofferenza, mi segua anche nella gloria» (ES 95).

A completamento del programma iconografico, va considerato l’altare in relazione alle raffigurazioni a fresco della volta del transetto e della cupola. Se l’osservazione dell’altare con la pala del Pozzo esposta, parte dall’alto e, scendendo, giunge all’urna in bronzo dorato con le spoglie di S. Ignazio (la parte centrale è opera di Alessandro Algardi), posta sotto la mensa dell’altare, quando la pala discende e appare la statua del Santo, l’osservazione si sposta dall’urna stessa, passando per la rappresentazione della visione di S. Pietro, posta sopra la mensa (è il momento della guarigione e “conversione” di S. Ignazio), si sofferma sulla statua, poi sale alla volta, dove si contempla il Santo, col medesimo abbigliamento liturgico raffigurato nella statua, in atto di salire al cielo, quindi alla cupola, dove il Santo, rappresentato nello stesso modo,  raggiunge finalmente la visione di Dio nel Paradiso, composto in modo tale da illustrare la visione della Storta: S. Ignazio è volto verso il Padre Eterno, tra lui e il Padre c’è il Figlio che porta la Croce nel gesto di accogliere Ignazio e la Vergine che intercede, secondo la preghiera del Santo.

II programma iconografico pensato dal Pozzo è svolto secondo una linea verticale prima discendente e poi ascendente e rappresenta un vero teatro destinato a illustrare magnificamente la vocazione di Ignazio, la missione della Compagnia, il cammino degli Esercizi. Il restauro che è stato compiuto ha recuperare nelle parti sia pittoriche che meccaniche un gioiello di straordinario valore, non solo per la cultura, ma anche per la pastorale della Chiesa del Gesù, che dispone cosi di un magnifico mezzo per la catechesi.